La trappola del “Se potessi tornare indietro”: come superare i rimpianti


Giovane donna che sfoglia un album fotografico, metafora del passato e dei rimpianti da superare.
Riaprire il cassetto dei ricordi senza farsi intrappolare dal passato.


Se avessi saputo prima che la mia salute avrebbe avuto una scadenza, non avrei rinviato nulla ad un dopo indefinito. Oggi il “Se potessi tornare indietro” è un ritornello martellante, specialmente quando riapro il cassetto che custodiva i miei sogni: una casa addobbata a festa tutto l’anno, marito e figli da amare svisceratamente e una professione che meritasse una targhetta d'ottone così lucida che avrei dovuto indossare gli occhiali da sole per guardarla. È che, quando sei giovane, non ti rendi conto degli anni che ti scorrono alle spalle: guardi il cielo azzurro e ti sfugge che quella linea invisibile, il terminatore inesorabile che separa la luce dall’ombra, sta già avanzando, riducendo lo spazio del giorno.

Ma, se continuo con questo tono, tu mi chiuderai smartphone, tablet o pc in faccia. Io lo farei in primis.  Quindi, sfogo a parte, con questo articolo, analizziamo come guarire dalla patologia del “Se potessi tornare indietro…”, di cui più o meno tutti siamo affetti. 


Il "Se potessi tornare indietro" è una macchina del tempo difettosa

Il problema dei rimpianti non è tanto il guardarci indietro quanto il fatto che la nostra mente è una regista formidabile ma scorretta: riscrive la sceneggiatura e il film in cui sei protagonista diventa un colossal da Oscar. Nell’immaginare ciò che avremmo potuto fare, dimentichiamo che la scelta di allora era figlia dell'inesperienza, delle paure e delle risorse emotive di quel momento. Voler ripercorrere quel vissuto con le scarpe che calziamo adesso, di molti numeri più grandi, è un esercizio di pura fantascienza.

La verità è che la “macchina del tempo mentale” bara: cancella i dubbi, alleggerisce le incertezze e dimentica che stavamo semplicemente facendo del nostro meglio con gli strumenti che avevamo. Il rimpianto, in fondo, è un lusso ottuso: si nutre dell'illusione che l'alternativa scartata ci avrebbe regalato una vita perfetta.


Da Leopardi al Cappellaio Matto: come liberarsi di "ieri"

Nella trappola dei rimpianti cade facilmente il “leopardiano tipo”, colui che sfoglia il catalogo delle occasioni perdute, convinto che, se solo a vent’anni avesse fatto un’altra scelta, oggi la sua vita sarebbe un capolavoro senza sbavature.  Si cruccia e si lagna con quel “Ahi pentirommi, e spesso, ma sconsolato, volgerommi indietro” (Leopardi, Il passero solitario).

Il “follemente sano” adotta la prospettiva opposta: quella del Cappellaio Matto. Con la sua sfacciata e disarmante follia, il bizzarro personaggio taglia corto con una frase che vale più di cento sedute di terapia: "È inutile tornare a ieri, perché allora ero un'altra persona" (Lewis Carroll, Alice nel Paese delle Meraviglie).

Il Cappellaio fa a pezzi l’ansia retroattiva con una terapia illuminante: il tempo che rimpiangiamo non ci appartiene più; a viverlo non eravamo noi, quelli di adesso, ma nostre versioni precedenti, con meno strumenti, meno graffi sulla pelle, meno consapevolezza. 

I leopardiani del rimpianto piangono sullo zaino vuoto; i seguaci del Cappellaio Matto si aggiustano il cappello, guardano il presente e dicono: "Ok, e adesso dove andiamo?".


Cosa dice la scienza sul rimpianto e sul rimuginare?

1. Il legame diretto con la depressione

La pioniera degli studi sulla ruminazione, la psicologa di Yale, Susan Nolen-Hoeksema, ha dimostrato ampiamente che chi si incastra in loop di pensieri ripetitivi, focalizzati sul passato (ruminazione retrospettiva), ha una probabilità significativamente più alta di sviluppare depressione e ansia.

Perché? Perché la ruminazione non è una riflessione utile, che porta a una soluzione, ma un ingranaggio passivo che convince il cervello di essere impotente. Ci allena a vedere solo fallimenti e perdite, prosciugando le energie mentali.


2. Il paradosso dell'inazione (Perché ci ferisce di più ciò che non abbiamo fatto?)

La ricerca psicologica sul rimpianto, come i celebri studi di Thomas Gilovich e Victoria Medvec, ha evidenziato una regola spietata della nostra mente: nel breve termine rimpiangiamo di più le cose che abbiamo fatto (errori, passi falsi, decisioni affrettate, il cosiddetto action effect). Ma, sul lungo termine, l'effetto si inverte drasticamente: a distanza di anni, ciò che ci perseguita di più sono le omissioni, le strade non prese, i "se ci avessi provato!". 

Perché succede? Un approfondimento successivo, condotto da Gilovich insieme al collega Shai Davidai, ha dato una risposta illuminante: i nostri rimpianti più duraturi non riguardano il non aver rispettato i doveri o le regole sociali, ma il sé ideale, ovvero i sogni, le speranze e le aspirazioni profonde che abbiamo tradito. La nostra mente tende a idealizzare il potenziale inespresso; trasforma un'occasione mancata in un'illusione perfetta, un'utopia dorata che continuiamo a rimpiangere per tutta la vita.


Qual è la via d'uscita secondo la clinica?

Se la scienza ci conferma che la ruminazione è una vera e propria trappola neurocognitiva, come se ne esce? La psicoterapia (in particolare la Terapia Cognitivo-Comportamentale e la Terapia Metacognitiva) suggerisce alcune strategie:


1. Passare dalla ruminazione astratta alla "concretezza" (Concrete Thinking)

Il cervello affetto da rimpianti ama l’astratto ("Se avessi fatto scelte diverse, la mia vita sarebbe perfetta!"). Ma la psicologia ci insegna, attraverso la Processing Mode Theory, elaborata dallo psicologo clinico Edward R. Watkins, dell'Università di Exeter, che il problema non è tanto il fatto di ripensare al passato, quanto la modalità con cui lo facciamo.

Quando navighiamo nell'astratto, ci perdiamo in domande esistenziali paralizzanti ("Perché è successo? Come sarebbe stato?"). La via d'uscita clinica consiste nel costringere il pensiero a diventare concreto, concentrandoci sui fatti, sui dettagli e sul "come" sequenziale. 

Gli effetti positivi di questo switch mentale sono straordinari:

• Riduce l'ansia e il senso di impotenza: Gli studi del team del Professor Edward Watkins e della Professoressa Michelle Moulds hanno dimostrato che, quando ci concentriamo sui dettagli specifici anziché sui massimi sistemi, la reazione emotiva negativa crolla rapidamente. Il cervello smette di percepirsi in un dramma senza uscita e ritrova immediatamente un senso di controllo.

• Sblocca la capacità di problem solving: Il pensiero astratto e ruminativo ci fa girare in tondo come criceti nella ruota. Al contrario, spostarsi sul concrete thinking, riattiva le aree cerebrali legate alla risoluzione pratica dei problemi, migliorando la nostra abilità di pianificare azioni reali.

• Meno rimpianti residui: Ricerche specifiche, pubblicate su riviste di settore, come Behaviour Research and Therapy evidenziano che, a parità di errori o scelte sbagliate commesse nel passato, chi adotta uno stile di pensiero concreto sperimenta molta meno amarezza sul lungo termine rispetto a chi si perde nell'astrazione.

Se proprio dobbiamo guardare a quel passato, insomma, chiediamoci: Qual è l'azione minima, minuscola, che possiamo fare oggi in questa direzione?

Esempio? Se il rimpianto riguarda la professione che non hai mai osato avviare, la mente astratta continuerà a dirti: "Ormai è tardi, dovevi farlo anni fa". Il pensiero concreto, invece, si ferma al presente e si chiede: "Qual è il primo micro-passo di oggi? Posso iscrivermi a quel corso o buttare giù un'ora di idee?".

La mente odia la concretezza quando vuole crogiolarsi nel dramma; costringerla ai fatti spezza il circolo vizioso.


2. Definire un "Timer per la preoccupazione" (Worry Time)

Sembra un paradosso, ma la clinica insegna che lottare contro un pensiero intrusivo dicendosi "Non ci devo pensare!" ottiene l'effetto opposto (è il famigerato effetto dell'orso bianco: più cerchi di sopprimere un pensiero, più questo rimbalza amplificato).


Donna concentrata, che scrive su un taccuino vicino alla finestra, tecnica pratica per superare i pensieri astratti e i rimpianti.
Dalla ruminazione astratta alla concretezza: fermare i pensieri su un foglio è il primo passo per ritrovare il controllo.


La tecnica corretta, usata nella Terapia Cognitivo-Comportamentale, è la posticipazione strategica: concedersi uno spazio delimitato (es. 10 minuti al giorno) in cui "aprire il cassetto", scrivere tutti i rimpianti su un foglio e poi metterlo via.

Il trucco non è reprimere il passato, ma insegnare al cervello che esiste un tempo per tutto: quando il rimpianto fa capolino, possiamo dirgli: "Ho capito, ti aspetto nel mio slot dalle 18:00 alle 18:10". 


3.  La messa in discussione delle credenze metacognitive (Smascherare l'inganno)

Spesso rimuginiamo perché, a un livello profondo, siamo convinti che farlo ci protegga o ci faccia "onore". È quello che la Terapia Metacognitiva definisce credenze metacognitive positive: convinzioni silenziose, che ci fregano dandoci l'illusione che pensare e ripensare al passato sia un atto di grande virtù.

Quante volte ci diciamo:

• "Se continuo a pensarci, significa che ci tengo davvero, che ho a cuore le cose".

• "Analizzare i miei errori mi rende una persona profonda e coscienziosa".

• "Se mi torturo con i 'se', eviterò di fare altri sbagli in futuro".

La psicologia clinica ci chiede di smascherare questa gigantesca bugia. Ruminare non è un segno di sensibilità, di intelligenza o di profondità emotiva: è solo un ingranaggio a vuoto. È come tenere il motore dell'auto acceso in folle, convinti che così facendo stiamo scaldando il motore per partire, mentre stiamo solo bruciando carburante e riempiendo il garage di fumo tossico. Il rimpianto non arricchisce la nostra vita: la consuma. 


Il mito del "Qui e Ora": che cos'è e da dove nasce questa teoria?

Nella psicologia clinica occidentale, il concetto di focalizzarsi interamente sul presente, nel “qui e ora”, ha radici profonde che affondano nella Gestalt, la psicoterapia sviluppata a metà del Novecento da Fritz Perls. Perls sosteneva che l'essere umano tende a perdersi in elucubrazioni mentali, rimpianti o ansie future, dimenticando che l'unica realtà tangibile in cui possiamo agire è il momento presente.

Questo approccio è stato poi ripreso dalle moderne terapie cognitivo-comportamentali di terza generazione (come l'ACT, Acceptance and Commitment Therapy, di Steven Hayes o i protocolli di Mindfulness). Queste correnti scientifiche usano la presenza mentale per insegnarci a non fonderci con i pensieri negativi, a osservarli senza giudizio e a smettere di lottare contro ciò che non possiamo cambiare.


Oltre la tirannia del "Qui e Ora": la nostra storia non si cancella, si abita

Tazza di tè caldo, libri e foglie d'autunno su una coperta morbida vicino alla finestra, atmosfera rilassante per riflettere sul presente.
Vivere bene il presente non significa tagliare i ponti con la nostra storia, ma far pace con essa.


Ma a pensarci bene, c'è qualcosa che non va nella retorica patinata del "qui e ora" così come ci viene servita oggi. L'idea di doverci blindare nell'adesso, azzerando il passato come se fosse un fastidioso file da spostare nel cestino, è una scorciatoia illusoria.

Il punto non è ibernarsi nel presente per paura di sbagliare ancora tantomeno ripulire la lavagna ogni mattina fingendo che ieri non sia esistito. Quel celebre detto secondo cui "ci sono solo due giorni all'anno in cui non puoi fare nulla: ieri e domani", a ben guardare, rischia di essere riduttivo.

Perché la verità è che noi siamo il nostro passato. Ieri non è un tempo morto: è la radice viva di quello che siamo. Quel bene o quel male che abbiamo fatto, i successi conseguiti o le cantonate colossali, le decisioni corrette o avventate sono il bagaglio da cui attingiamo le risorse di oggi.

Gli errori non sono interruzioni della nostra crescita: ne sono il motore. Una scelta sbagliata non è una condanna definitiva, ma una bussola potentissima che ci insegna dove non rimettere più i piedi. Vivere bene il presente non significa tagliare i ponti con la nostra storia “sbagliata”, ma fare pace con essa, smettendo di usarla per torturarci e iniziando a guardarla come una mappa. 

Il presente è un binario in movimento, è il punto d'incontro esatto in cui la nostra storia abbraccia la responsabilità di domani. 

La prossima volta che ti trovi con la mano sulla maniglia di quel cassetto, pronta a farti risucchiare dal vortice del "Se potessi tornare indietro", guarda la tua storia dritta negli occhi e chiediti: "Ok, tutto questo mi ha portato fin qui. Oggi, con i pezzi che ho in mano, anche quelli spigolosi e crepati, quale mossa posso fare per continuare a scrivere il mio romanzo?"

Perché la felicità non sta nel cancellare i capitoli precedenti, ma nel realizzare che ogni riga passata, persino quella scritta storta, serviva a prepararci alla pagina che stiamo per voltare.

E se anche tu, a causa della malattia o di un corpo che non ha retto il passo, hai dovuto riporre nel cassetto i sogni di un tempo, lasciati dire una cosa: non colpevolizzarti per quei "se". Non abbiamo rinunciato per mancanza di coraggio; abbiamo fatto semplicemente quello che potevamo con la tempesta che avevamo addosso.

Ora indossa la tua versione migliore, respira a fondo e pianta i semi di oggi: perché il futuro, in fondo, comincia esattamente da qui. Per farlo al meglio, ricordati che il primo passo è iniziare a praticare una vera Self-Care, imparando a trattarti con la stessa dolcezza che riserveresti a un caro amico.

Un piccolo germoglio verde che spunta dalla terra fertile baciato dai raggi del sole, metafora di nuovi inizi e speranza per il futuro.
Piantare i semi migliori oggi: perché il futuro, in fondo, comincia esattamente da qui.


Permetti che ti faccia una domanda, prima di salutarci.

Se potessi chiudere gli occhi per un secondo e fare pace con una sola scelta del tuo passato, a quale penseresti? Scrivilo nei commenti, se ti va, o tienilo stretto per te come un abbraccio. E ricorda: il passato è la tua mappa, ma la penna per scrivere il prossimo capitolo è saldamente tra le tue mani.





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